Conosci Te Stesso

Processo di Individuazione

Il Sogno

La Psicoterapia: La Storia di un Incontro

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Il viaggio più difficile di un essere umano è quello che lo conduce dentro se stesso, alla scoperta di chi veramente è

Carl G. Jung

Bastian: ‘’Perche è cosi buio?

L’Imperatrice: All’inizio è sempre buio

Michael Ende: La Storia Infinita

Se riesci a far fiorire ciò

per cui sei nato raggiungi la felicità

(Umberto Galimberti- Diventa ciò che sei)

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Bisogna avere un caos dentro di sé per partorire una stella danzante

Friedrich Nietzsche

Conosci Te Stesso

- ‘’Conosci te stesso!’’

- ''Ma come?''

- ''Non è difficile: basta un po’ di attenzione rivolta a se stessi per scoprire quali sono la propria attitudine, la propria inclinazione, la propria vocazione, la propria identità nel percorso terapeutico d’individuazione.''

 

I greci lo chiamavano il proprio daimon, a prescindere. dai modelli che la società, con il suo corredo pubblicitario e i modelli mediatici, offre come modelli di affermazione, visibilità, successo.

La conoscenza del proprio limite deve sempre accompagnare la conoscenza di se, perché solo cosi si può raggiungere il benessere interiore.

 

La conoscenza di sé nasce da una ricognizione attenta della propria natura e delle proprie inclinazioni nella costruzione della nostra identità, in un percorso di autorealizzazione.

Per sapere chi sono, devo sapere da dove vengo. ''Nel viaggio di Enea e nel suo rapporto col padre Achille e il figlio Ascanio, si possono rintracciare tutti i conflitti che vediamo e viviamo tutti i giorni, quali per esempio i passaggi di crescita in adolescenza''. (Virgilio - Eneide) Differenziarci dai nostri padri sono processi fondamentali a preparare l’esperienza dell’incontro con l’altro.

 

Ogni incontro è un incontro con se stesso:

Io non riesco a guardare l’altro, se prima non ho guardato in me un altro che mi abita. L’altro che mi viene da fuori è un altro che abita dentro di me, che ancora non ho conosciuto e fin quando non lo conosco dentro, allora conoscerlo fuori mi sarà sempre un po’ difficile. Non posso occuparmi dell’altro da me, fintanto che non mi sono occupato dell’altro in me.

Lo scopo dell'analisi:

La prima condizione per diventare se stessi è quella di conoscersi, conoscere le proprie potenzialità, le proprie virtù, i propri talenti, le proprie risorse interiori e anche i propri limiti. Lo scopo del percorso psicoterapico e analitico è quello di diventare se stessi in un percorso che favorisca la crescita e lo sviluppo della propria identità personale.

Diradare la nebbia:

Per comprendere se stessi è dunque fondamentale ‘’mettere ordine nel caos’’, comprendere la propria storia, le proprie gioie, le proprie ferite, le proprie dinamiche interiori evitando che ci impediscano di restare fedeli al nostro desiderio, non aderendo al quale ‘’la vita si ammala’’. Come afferma J. Lacan ‘’c’è un solo peccato, un solo senso di colpa giustificato: ‘’cedere nel senso di indietreggiare sul proprio desiderio’’. È quanto mai fondamentale riabilitare l’imperativo delfico ‘’conosci te stesso’’ come massima che ci conduca alla scoperta del desiderio che ci abita. Quest’ultimo non è capriccio o irrefrenabile impulso ma guida e condizione per la realizzazione di una vita bella e ricca di significato.

Non possiamo certo cambiare noi stessi, ‘’riparare i guasti'', riacquisire la nostra integrità perduta. Possiamo fare questo nel momento in cui decidiamo di osservare più da vicino le conoscenze e gli eventi che ci riguardano che sono memorizzati nel nostro corpo, per accostarli alla nostra coscienza. Si tratta indubbiamente di una strada impervia, ma è l’unica che ci da la possibilità di abbandonare infine la nostra prigione invisibile

 

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Arte di Catherine Leo

SEPARAZIONE

INDIVIDUAZIONE

Jung parla: ''È molto semplice. Prenda una ghianda, la pianti nel terreno, la ghianda cresce e diventa una quercia. Così è l’uomo. L’uomo si forma da un uovo e crescendo e diventa l’uomo completo, perché quella è la legge che ha dentro''

«In realtà, il processo d’individuazione è quel processo biologico e psicologico…attraverso il quale ogni essere vivente diventa quello che è destinato a diventare fin dal principio»

(Carl G. Jung)

Processo di Individuazione

I processi d’individuazione secondo la definizione dello psicoanalista Tommaso Senise sono: ‘’quei processi endopsichici che consentono la costituzione soggettiva della propria identità, come immagine della persona nella propria totalità... I processi di individuazione consentono la costituzione, la permanenza e la continuità del Se’ come un intero, pur nel suo continuo modificarsi nella sua rappresentazione spazio-temporale. Il vissuto dell’immagine globale ed unitaria del Se’ costituisce l’identità personale’’.  

Il distacco da parti di sé, fondamentalmente legate alle nostre precoci esperienze di separazione e ai processi di individuazione riattivati nell’adolescenza, è necessario quando il prezzo da pagare per i nostri bisogni di approvazione, di sostegno e di amore, è il nostro vero Sé. La rinuncia, conscia ed inconscia, alle nostre aspirazioni impossibili, alle illusioni di libertà e di potere, ai bisogni di sicurezza, ai nostri sogni romantici può essere difficile e dolorosa ma viene ampliamente ripagata dal benessere di essere se stessi.

«Qui si può domandare perché mai sia desiderabile che un uomo si individui. E’ non solo desiderabile, ma indispensabile, perché l’individuo, non differenziato dagli altri, cade in uno stato e commette azioni che lo pongono in disaccordo con se stesso. Da ogni inconscia mescolanza e indissociazione parte infatti una costrizione ad essere e ad agire così come non si è. Onde non si può né essere d’accordo in ciò né assumerne la responsabilità. Ci si sente in uno stato degradante, non libero e non etico.» Carl G. Jung

Si diventa facile preda del volere degli altri ''sono come tu mi vuoi'': il bisogno di approvazione e di consenso prevale e diventa dominante laddove il percorso di individuazione non sia completato. 

Lo scopo dell'analisi e della psicoterapia è quello di accompagnare e favorire il processo di individuazione.

  

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‘’Siamo fatti anche noi della materia di cui sono fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo di un sogno è racchiusa la nostra breve vita.’’ W. Shakespeare

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Il sogno

Ogni notte si sogna, non una, ma tutte le notti: sognando costruiamo un mondo completamente di nostra creazione come un’esperienza viva e reale dove tutto puo’ accadere senza la minima considerazione delle leggi della fisica, del tempo e dello spazio. Eppure la maggior parte delle persone oggi considera i sogni come qualcosa di futile, casuale e senza alcuna importanza solo perchè non seguono le leggi logiche della veglia.

L’inconscio possiede una preziosa saggezza di cui ci possiamo fidare e i sogni ne rappresentano la migliore finestra sui cui poter affacciarsi: grazie alla sua comprensione si possono ridurre i rischi di agire ciecamente sotto la spinta inconsapevole di emozioni o esigenze inconsce che premono per la loro espressione (attraverso acting-out o lo sviluppo di sintomi). Invece che fermarsi ad ascoltare quel che vuol comunicare l’inconscio, il più delle volte si preferisce direttamente scegliere l’azione come modalità per affrontare problemi e prendere decisioni con la convinzione di riuscire così a sbarazzarsi dei propri conflitti interni. Tuttavia, nonostante l’utilizzo di pensieri che fungono da razionalizzazioni per fornire un senso alle condotte intraprese, tali azioni finiscono il più delle volte in pentimenti o in incomprensibili ripetizioni a cui non si riesce a dare spiegazione.

 

Contrariamente quindi a quanto comunemente si creda, i sogni non sono prodotti immaginari insensati e isolati dalla realtà, ma piuttosto costituiscono un ritratto fedele del mondo interiore e del mondo reale in cui vive il sognatore, dove assolutamente nulla è casuale. Di fatto, riuscire a comprendere i nostri sogni ci permette di essere in contatto con le parti più profonde e autentiche della nostra personalità, assicurare stabilità ed equilibrio emotivo, e soprattutto ci consente di capire quale sia il modo migliore per risolvere i problemi quotidiani attraverso una creatività di cui non disponiamo con la semplice ragione della vita diurna.

Il sogno è uno dei principali "ponti" tra la vita inconscia e la coscienza, la metaforizzazione ed il simbolismo onirico sono gli elementi chiave che ci aiutano a comprendere che cosa sta succedendo oltre a che cosa è successo nella propria vita, la condensazione di simboli in un sogno, come in un quadro spesso ci dà la sensazione immediata che ciò che abbiamo visto oniricamente ci riguarda.... anche se non sappiamo che cosa significhi.... Il sogno è senz'altro una delle manifestazioni più importanti della Vita inconscia.​

"… la vera e propria interpretazione del sogno, è di regola un compito arduo. Essa presuppone penetrazione psicologica, capacità di combinare insieme cose diverse, intuizione, conoscenza del mondo e degli uomini e soprattutto conoscenze specifiche che implicano tanto nozioni assai estese quanto una certa "intelligence du coeur". (…) Bisogna respingere l'interpretazione stereotipa di motivi onirici; gli unici giustificati sono significati specifici, deducibili attraverso accurati rilevamenti contestuali. Anche chi possiede una grande esperienza in questo settore è pur sempre costretto a riconoscere la propria ignoranza dinanzi ad ogni sogno e, rinunciando a tutte le opinioni preconcette, a predisporsi a un qualcosa di completamente inatteso.(...)"

Il sogno veritas come disse Freud è la via maestra per accedere all'inconscio. Perché è importante capire cosa dicono i sogni? Perché  la loro comprensione svela quanto sta chiuso nell'inconscio e acquisirne consapevolezza permette di portarne il contenuto a livello di coscienza e procedere nella propria crescita personale. Il sogno dice sempre il vero perché non condizionato dalle manipolazioni della mente.

La Psicoterapia: la Storia di un Incontro

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Ogni incontro è come un nuovo inizio, contiene qualcosa di magico e misterioso, una possibilità e racchiude in se la bellezza.

L'incontro tra paziente e terapeuta è l’incontro di due storie e dove avviene l’incontro, si costruisce una nuova storia in cui entrambi partecipano attivamente. E’ l’inizio di un incontro tra due mondi differenti; un processo in cui si passa dall’essere estranei, all’essere ‘’compagni di viaggio’’.

 

All'inizio del viaggio si apre una porta che mette in comunicazione un fuori e un dentro. Il “dentro” è una stanza interiore dove il terapeuta riceve chi si rivolge a lui. Questa stanza ha gli arredi che si sono accumulati nella vita del terapeuta, arredi piccoli o ingombranti che dovranno essere sistemati per rendere questo luogo interiore “abitabile” da chi riceve. Anche i pazienti portano il loro bagaglio in questa stanza e susciteranno nel terapeuta delle reazioni diverse a seconda di quanto questo bagaglio sarà compatibile con i suoi spazi interni.

 

Attraverso questo “incontro” il terapeuta avrà l’occasione di apprendere cose su di sè e sul paziente, apprendimento che lo illuminerà su di lui e sull’altro.

Importante la risonanza emotiva del terapeuta e del pazienze e del loro dialogo terapeutico: ‘’la musica’’. Il terapeuta e il paziente co-creano in un percorso condiviso in cui il paziente non è un soggetto passivo ma un ‘’co-terapeuta creativo’’ del percorso a due.  È fondamentale che il terapeuta conosca sia le proprie possibilità, che gli strumenti di lavoro. Deve avere consapevolezza della propria ‘’follia’’, avendola attraversata, cosi da poter riconoscere quella dell’altro. Importante che anche il terapeuta sia consapevole dei propri dolori, per vedere quelli dell’altro e sostenere la sensibilità dell’altro.

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E coloro che furono visti danzare vennero giudicati pazzi da quelli che non potevano sentire la musica.

(Friedrich Nietzsche)

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Nel percorso psicoterapico una tecnica rigida precluderebbe gli scenari di senso, sarebbe regolata da una rigorosa e spietata razionalità, in quanto costretta ad ottenere il massimo degli scopi con il minimo impiego di mezzi. Diventerebbe una realtà che elimina tutti gli aspetti irrazionali dell’uomo: l’amore, il sogno, il dolore, l’ideazione, l’immaginazione, il desiderio. La tecnica prevede solo produttività ed efficienza. Tutto il resto sembra non contare o essere d'intralcio. Alla domanda se sono più curative le domande o i silenzi, il terapeuta afferma che sono entrambi fondamentali. L’importante è che il silenzio non sia dettato da distrazione o sofferenza, non dev’essere freddo, cinico. Le parole invece vanno dosate. L’importante non è la diagnosi che l’analista fa, ma il fatto che il paziente giunga da solo al comprendere il personale disagio. Le parole vanno dette al momento giusto, quando si percepisce che il paziente sia pronto per riceverle. Il compito del terapeuta è di lavorare al superamento del proprio ruolo,  ovvero di fare in modo che il paziente assuma la funzione di padre e madre di se stesso (terapeuta di se stesso). Tale incontro, tale contatto, tale relazione è poi il vero e proprio nocciolo della terapia, è una forma d’incontro profondamente umano e delicato tra due persone, una delle quali ha più problemi dell’altra.  

L’arte dell’incontro è la relazione terapeutica

La vita, diceva il grande poeta brasiliano Vinícius de Moraes, è ‘’l’arte dell’incontro’’. La parola ''incontro’’ deriva dal latino ed è formata da un suffisso rafforzativo ‘’in’’ e da un avverbio ‘’contro’’ significa letteralmente essere di fronte a qualcuno, ma in modo intenso, dato quel suffisso rafforzativo. Un vero incontro quindi non e’ un semplice e fugace incrociarsi, ma significa di accettare il rischio di aprirsi e di muoversi, di non restare chiusi e fermi, di non fuggire e di accogliere andando verso l’altro. E’ un’occasione di conoscenza reciproca, di apertura, ‘’andare incontro’’ significa muoversi verso l’altro, ma anche, metaforicamente, accoglierne le esigenze e di bisogni con generosità. Tutto ciò che vive e si muove si incontra, solo le montagne non si incontrano mai.

Da un vero incontro può nascere un nuovo progetto di vita, una nuova idea da sviluppare. Il Guru indiano Osho scrive ''gli incontri avvengono nei momenti in cui la mente è molto libera o molto affollata. Nel primo caso avvengono per donare alla nostra anima qualcosa di nuovo, nel secondo per liberare la nostra vita da qualcosa di sbagliato''. La relazione è infatti il concretizzarsi del nostro desiderio di incontrarci ancora ed ancora e di potere, attraverso l'incontro con l'altro, incontrare anche noi stessi giungendo al nostro vero Sè. Proprio questo è quello che dovrebbe accadere in una buona relazione terapeutica, quando da un incontro vero e profondo tra un essere umano in difficoltà, sofferente oppure alla ricerca di Sè stesso, ed uno psicoterapeuta, ha origine una psicoterapia evolutiva, positiva e fruttuosa. La relazione terapeutica è la base necessaria per qualsiasi processo di guarigione e di cambiamento ed è proprio la relazione stessa che cura, più che il modello teorico seguito dal terapeuta.  

La relazione terapeutica è l'esperienza straordinaria di un incontro sincero, unico sempre diverso, di condivisione e di umanità. Irvin Yalom, psicoanalista americano, autore di bellissimi romanzi e saggi su questo tema, sostiene che la psicoterapia è un dono: fare esperienza di un cammino psicoterapeutico è come un'avventura condivisa in cui paziente e terapeuta si incontrano come dei ''compagni di viaggio'' in un viaggio che conduce entrambi verso il senso di una vita vissuta in pienezza. 

Chi sei veramente? Una storiella ebraica sull’importanza di conoscere il proprio dono

Chi sei veramente? Una storiella ebraica ce ne parla in maniera memorabile, ricordandoci come sia vitale e importantissimo vivere la propria unicità, la propria vocazione, il proprio dono.

Un giorno va a trovarlo un uomo infelice, insoddisfatto di sé e gli dice:

“Maestro, io non sono contento”.

E il maestro gli risponde: “Cosa c’è che non va?”. L’uomo aggiunge: “Sono un cohen, l’uomo che dà le benedizioni. Dovrei essere un uomo felice…invece…”.

E il rabbi gli risponde: “Un uomo che dà le benedizioni…ma può farlo chiunque”.

L’uomo continua: “Ma io non ho mai peccato, non ho mai ucciso o tradito mia moglie, mi sono comportato bene con i miei figli.”.

“Ma così può comportarsi chiunque” ribatte il rabbi. L’uomo insistette: “Rabbi, io sono anche l’uomo che fa il pane”.

A questo punto il rabbi si fa pensieroso.

C’è da dire che, in tempi non lontani, fra gli ebrei c’era stato un grosso dibattito sul pane senza lievito. Chi sapeva fare il pane senza lievito era un uomo speciale. Perché farlo senza lievito?

Perché senza lievito voleva dire che il pane sarebbe cresciuto senza le inevitabili impurità. Non a caso, nel periodo delle festività pasquali, sulle tavole degli ebrei fa la sua ricomparsa il pane azzimo. Quel pane riveste una funzione quasi sacra. Il pane col lievito no. Lievitare vuol dire far lievitare i disagi, far lievitare i conflitti. Il pane azzimo è un pane pulito.

Il rabbi guarda negli occhi l’uomo, che con tono supplichevole ripete: “Rabbi, io so fare anche il pane”.

Così al rabbi viene in mente la questione del pane azzimo e del lievito. L’uomo non si dà pace e continua: “Rabbi, io so fare anche il pane, non mi manca nulla per essere un uomo, per sentirmi un uomo buono. Non credi…”. 

“Ma tutto questo può farlo ed esserlo chiunque” risponde il rabbi, che non ignora una verità: gli ebrei dai tempi dei padri hanno sempre scelto uomini giusti per fare il pane.

Allora il rabbi gli chiede: “Perché non stai bene?”. E l’uomo risponde: “Rabbi, te l’ho detto…non lo so”.

“D’accordo, ora sai fare il pane, un lavoro che molti fanno. Ma cosa sapevi fare da ragazzo?” chiede il rabbi.

La domanda getta un lampo di luce. “Cosa sapevi fare da ragazzo? Cos’è che ti veniva più facile di ogni altra cosa?”

La domanda del rabbi lo colpisce. L’uomo riflette e accenna a un sorriso.

“Adesso che mi fai pensare, ricordo che da ragazzo andavo sulla spiaggia, prendevo la sabbia, la impastavo con l’acqua di mare e facevo delle palline. Le coloravo per ore e ore. poi facevo a ognuna un piccolo buco, vi facevo scorrere dentro un filo e ne uscivano delle collane. Bellissime” racconta l’uomo.

Il rabbi lancia un grido: “Ah! Un gioielliere!”. Il rabbi non ha dubbi:

“Il gioielliere! Ecco chi sei veramente. Dio non ti perdonerà di non aver fatto quello che sapevi fare.” Il rabbi continua:

“Il nostro Dio non te lo perdonerà mai, ricordalo. Ecco la causa lontana del tuo malessere crescente: aver ignorato quel dono. Gioielliere…lo sapevi già fare da ragazzo. Eri nato gioielliere. Nessuno te lo aveva insegnato…”.

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